È morto Kim Ki-duk: regista del silenzio e del lirismo dell’immagine

Kim Ki-Duk - L'inquilina del terzo piano

Il regista sudcoreano Kim Ki-duk è morto oggi, venerdì 11 dicembre 2020, a Riga, in Lettonia, per complicanze da coronavirus. Il 20 dicembre avrebbe compiuto 60 anni. Autore di film premiati come Ferro 3 (2004), Arirang (2011) e Pietà (2012), quest’ultimo vincitore del leone d’oro al Festival di Venezia, dove nel corso della carriera il cineasta ha presentato numerosi lungometraggi.

La notizia della sua morte ha fatto scaturire nella mia mente questa immagine: sta per concludersi l’anno 1937, quando il compositore francese Maurice Ravel pronuncia amaramente «ho ancora tanta di quella musica in testa, non ho ancora detto nulla, ho ancora così tanto da dire». Se ne sarebbe andato il 28 dicembre dello stesso anno, all’età di 62 anni, a causa di una malattia neurodegenerativa, dopo una intera vita dedicata alla musica e spesso passata in solitudine, una solitudine alla quale nel corso degli anni si era abituato. Se n’è andato in modo analogo Kim Ki-duk che, neanche anziano, avrebbe potuto dare ancora tanto alla settima arte.

Il regista si trovava in Lettonia, dove era tornato il 20 novembre per cercare una sistemazione e i finanziamenti per una co-produzione coreana-lettone che intendeva realizzare. Poi nessuno ha più avuto sue tracce fino a quando il sito Delfi.lv ne annuncia il decesso in un ospedale del luogo.

Kim Ki-duk, corpo e parola: la dialettica dei linguaggi

Kim Ki-Duk - L'inquilina del terzo piano

Ironia della sorte, Kim Ki-duk se ne va in solitudine, in silenzio, rispecchiando il “destino” dei suoi personaggi. Da sempre il suo cinema indaga le solitudini attraverso i silenzi dei protagonisti, delineandone la condizione di emarginati in una società violenta dove non c’è spazio per gli animi gentili. Silenzi eloquenti, che non lasciano dubbi sulla dura critica nei confronti della Corea del Sud, suo Paese d’origine (in questo gli è stato solidale negli anni il suo compatriota Bong Joon-ho, fresco del doppio premio oscar come miglior film 2020 con Parasite).

Tutto il cinema di Kim Ki-duk è definito da una poetica del silenzio che nasce come atto di ribellione verso il verbocentrismo da cui è contaminato il film narrativo. Nella sua opera, la negazione del linguaggio verbale, sostituito invece da quello del corpo, fatto di gesti, sguardi, movimenti, fa in modo che l’attenzione dello spettatore si concentri sull’immagine più che sui dialoghi. Così, l’utilizzo drammatico del silenzio e il lirismo delle immagini, anche cruente, si consolidano come componenti centrali della sua poetica. Spesso nei suoi film si instaura una dialettica tra il linguaggio verbale e il linguaggio del corpo, dove con il primo vengono definiti quei personaggi che, proprio tramite l’uso della parola, sono socialmente inseriti, ma caratterizzati da una forte incomunicabilità di fondo; gli altri invece sono quasi sempre emarginati sociali, che tra di loro instaurano una comunicazione e un’empatia basate sui gesti e sugli sguardi.

Il teorico ungherese Bela Balázs riteneva la rappresentazione del silenzio «uno dei più originali effetti drammatici del film sonoro» ne Il film. Evoluzione ed essenza di un’arte nuova, pubblicato per la prima volta nel 1929, scriveva «lo sguardo di chi tace è eloquente ed espressivo, poiché la pantomima chiarisce il motivo di quel silenzio, e il suo peso ne fa sentire la minacciosa tensione».

I film di Kim Ki-duk: i personaggi e la crisi delle relazioni

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Non di rado i protagonisti dei film di Kim Ki-duk sono “muti“, ovvero personaggi che il regista decide di non far esprimere a parole. In Bad Guy il protagonista è letteralmente muto; dello sconosciuto di Ferro 3 non si ode mai la voce; Moebius è un film sperimentale costruito sulla totale assenza del linguaggio verbale. Questi sono solo alcuni esempi.

I silenzi quasi totali presenti nelle pellicole di Kim Ki-duk ci introducono quindi in un cinema dove la parola, in quanto mezzo debole ed equivoco, viene dipinta come “negativa”, appartenente a personaggi di cui il regista sembra giudicare determinati atteggiamenti. Sia in Ferro 3 che in Soffio, ad esempio, troviamo infatti una crisi matrimoniale dove l’incomunicabilità sfocia nell’aggressività e nel gioco di potere, le cui redini sono sostenute dal partner maschile. Mentre la figura femminile è vicina ai personaggi interpretati da Monica Vitti nei film di Michelangelo Antonioni (penso alla tetralogia dell’incomunicabilità composta da L’avventura, La notte, L’eclisse, Deserto rosso). In modo analogo il personaggio femminile, dato per scontato o maltrattato dal partner (e qui si denuncia la violenza domestica), finisce per trovare l’amore (o l’illusione di esso) fuori dal convenzionale rapporto di coppia. Che però, come accade in Antonioni, non può funzionare.

A volte lo spettatore è lasciato con un finale aperto, poetico, malinconico, visivamente evocativo, dove regna l’immagine-tempo deleuziana, e chissà cosa serberà il futuro per i protagonisti. Altre volte aleggia la pura, straziante disillusione che lascia nello spettatore il sapore amaro dato da una (finta) riconciliazione. Nient’altro che il ripristino della situazione di partenza, come un ritorno del rimosso. Una calma apparente dove la quotidianità torna a fluire su un terreno battuto da ipocrisia e incomunicabilità.

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“Tenet” di Christopher Nolan: un enigma dove regnano azione e sensazionalismo ma poca empatia

Tenet - L'inquilina del terzo pianoTenet, il titolo dell’ultimo film di Christopher Nolan è ispirato al Quadrato del Sator che contiene cinque parole a formare la frase palindroma “SATOR, AREPO, TENET, OPERA, ROTAS”, ovvero leggibile in ogni verso, da sinistra a destra, dall’alto al basso, e viceversa.

Come è facile notare Tenet è la parola che, posta al centro della frase, disegna una croce palindroma nel quadrato magico. Un oggetto antico, enigmatico, religioso(?), singolare ma non unico. Sono stati rinvenuti infatti diversi quadrati magici in giro per il mondo, con alcune piccole differenze riguardo il materiale; il più antico è stato ritrovato a Pompei e si tratta di un graffito su una parete della Grande Palestra. Tutto questo è il presupposto di cui si serve Christopher Nolan per il suo ultimo mind-game film travestito da spy story. Ancora una volta si tratta di una lotta contro il tempo, che il regista esaspera ben oltre i precedenti Inception e Interstellar Continua a leggere

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È morta Franca Valeri, la signora dello spettacolo aveva compiuto 100 anni il 31 luglio

Franca Valeri - L'inquilina del terzo pianoFranca Valeri si è spenta nel sonno, intorno alle 7:40 di oggi (9 agosto 2020) nella sua casa di Roma. Franca Maria Norsa (Franca Valeri è infatti il nome d’arte ispirato al poeta Paul Valery) nasceva il 31 luglio 1920 a Milano. Attrice di teatro e cinema, ha lavorato anche in radio e tv, per questo designata come “la signora dello spettacolo“. Debutta nel 1948 nel teatro con la Compagnia dei Gobbi, e due anni più tardi nel cinema con il primo film di Federico Fellini, co-diretto con Antonio Lattuada, Luci del varietà (1950).

La sua figura satirica, raffinata, allo stesso tempo colta e popolare è associata alla Signorina Snob e alla Sora Cecioni. Continua a leggere

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“Piccola posta”, l’esilarante commedia degli equivoci di Steno con Franca Valeri e Alberto Sordi

Piccola posta - L'inquilina del terzo pianoPiccola posta (commedia degli equivoci del 1955) di Steno vede per protagonista Eva Bolasky, in arte Lady Eva (Franca Valeri), che lavora per la rivista Adamo ed Eva riscuotendo successo tra le donne di diverse classi sociali: il target delle sue lettrici infatti va dalle umili lavoratrici alle anziane aristocratiche. La voce narrante della “contessa” Eva (la cui vera identità è quella di Filumena Cangiullo, una donna comune) racconta il folgorante incontro al mercato con il veterinario Marco (Sergio Raimondi), descrivendo la rissa in cui egli si imbatte per difenderla come un coraggioso duello per la conquista della principessa. Continua a leggere

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“High Life”: Robert Pattinson nella prigione dark di Claire Denis, lo spazio profondo come metafora di un’umanità alla deriva

High Life - L'inquilina del terzo pianoHigh Life è l’ultimo film della regista Claire Denis con Robert Pattinson, Juliette Binoche e Mia Goth. La pellicola sci-fi presentata al Toronto International Film Festival 2018 è ora in arrivo nelle sale italiane (6 agosto 2020).

High Life si apre nello spazio profondo, dal nero compare la vegetazione di un giardino filmato in alcuni dettagli. I fluidi movimenti di macchina e le dissonanze della musica di Stuart A. Staples rimandano immediatamente a uno storico incipit, quello de L’anno scorso a Marienbad di Alain Resnais, generando un’atmosfera altrettanto straniante di quella costruita dall’organo e dai lunghi corridoi dell’albergo labirintico. Continua a leggere

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Ennio Morricone: la musica per il cinema e il sodalizio con Sergio Leone

Ennio Morricone - L'inquilina del terzo piano

Il 6 luglio 2020, all’età di 91 anni, è scomparso Ennio Morricone. Nato a Roma il 10 novembre 1928, Morricone si diploma in tromba presso il Conservatorio di Santa Cecilia, specializzandosi poi in composizione e strumentazione per banda.

Durante la sua carriera si è cimentato in ogni ambito della composizione musicale, scrivendo per la radio, il teatro, la televisione e il cinema. Autore di oltre 500 colonne sonore, il suo longevo percorso nella settima arte ha inizio nel 1961 con Il federale di Luciano Salce, ma il salto arriva qualche anno dopo. Continua a leggere

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La musica come espressione del conflitto interiore in “Morte a Venezia” di Visconti: confronto con “Le Baccanti” di Euripide

Morte a Venezia - L'inquilina del terzo pianoNel racconto Morte a Venezia di Thomas Mann il protagonista è uno scrittore, nel film di Luchino Visconti un compositore, entrambi i mestieri ne indicano perciò la natura solitaria e introspettiva. Mentre nel racconto la spinta del protagonista a viaggiare arriva dall’apparizione di uno straniero in un cimitero, il film parte in medias res, sulle note dell’Adagietto, IV movimento della Quinta Sinfonia di Gustav Mahler, che inaugura la pellicola ancora prima delle immagini. L’Adagietto, come il fantasma nel cimitero, è un presagio di morte che accompagna Aschenbach (Dirk Bogarde) fin dai primi istanti, nel suo approdo in vaporetto a Venezia. Il protagonista viene presentato con aria pensierosa e contemplativa, come la natura della musica e del mare, simboli del suo animo calmo in superficie ma tormentato e burrascoso nel profondo. Continua a leggere

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“L’immensità della notte” e la nuova fantascienza ‘retrò’ tra horror e noir, disponibile su Amazon Prime Video

L'immensità della notte - L'inquilina del terzo pianoL’immensità della notte, esordio alla regia di Andrew Patterson, si apre su uno fondo nero con dei flash che rimanda tanto alle onde di trasmissione radio quanto allo schermo delle prime tv a tubo catodico quando si manifestano problemi di segnale. In sottofondo una musica caratterizzata da un arpeggio orientaleggiante di chitarra.

Si materializza un salotto, con in fondo una tv il cui schermo è bianco, vuoto, il famoso blank screen su cui la mente, nel passaggio dalla veglia al sonno, proietta le immagini oniriche. Ma è anche l’immagine primordiale del cinema, quando il proiettore deve ancora essere attivato per dar vita al film. Un lento zoom in avanti ci fa varcare la soglia della stanza, il montaggio ci fa compiere un salto fino all’apparecchio televisivo che ora riempie l’inquadratura, la voice over ci accompagna pronunciando queste parole: «state entrando in un mondo tra il clandestino e il dimenticato, un’onda tra canali, il museo segreto dell’umanità, la biblioteca privata delle ombre, tutti su un palcoscenico forgiato dal mistero e trovati solo su una frequenza intrappolati tra logica e mito. State per entrare nel Teatro del Paradosso». Continua a leggere

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La figura femminile nei film di Antonio Pietrangeli: Nata di marzo, La visita, Io la conoscevo bene

Antonio Pietrangeli - L'inquilina del terzo pianoDall’happy ending al suicidio le protagoniste dei film di Antonio PietrangeliNata di marzo (1958), La visita (1963) e Io la conoscevo bene (1965), esprimono sulla loro pelle, seppure in contesti e meccanismi diversi, il conflitto interiore generato dalla necessità di integrarsi nella società dell’epoca e al tempo stesso dal desiderio di evadere dal ruolo che questa prevede per la donna, per manifestare liberamente la loro identità.

Di seguito una breve analisi di queste tre figure femminili (interpretate da Jacqueline Sassard, Sandra Milo e Stefania Sandrelli) del cinema di Antonio Pietrangeli.

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“Il bidone” di Federico Fellini: un capitolo a sé nella trilogia della grazia e della salvezza

Il bidone - L'inquilina del terzo pianoIl bidone di Federico Fellini comincia sotto la luce del sole, con un’immagine quasi impressionista che ritrae un uomo, il Barone (Giacomo Gabrielli), intento ad accogliere l’auto con a bordo i truffatori Roberto (Franco Fabrizi), Carlo detto Picasso (Richard Basehart) e Augusto (Broderick Crawford) in abiti ecclesiastici. Il Barone indica ai tre sulla mappa il punto in cui si trova il finto tesoro sepolto protagonista della prima truffa, così la banda vi si reca venendo accolta dalle due proprietarie del podere. Le vittime predilette sono famiglie povere, ciò consente ai tre uomini di poter far forza sulla disperazione di coloro che vivono al margine della società, alimentando false speranze di un futuro migliore. Continua a leggere

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