“Snowpiercer” di Bong Joon-Ho

snowpiercer-2-hpIl film del regista Bong Joon-Ho (Memories of murder; The host; Mother) ispirato alla serie a fumetti Le Transperceneige, è il più costoso che sia mai stato prodotto in Corea.
Nel 2014 l’uomo, per impedire lo scioglimento dei ghiacciai, causa invece una nuova era glaciale provocando quasi l’estinzione della specie umana. Si salvano solo i passeggeri dello Snowpiercer, un treno speciale che ruota in moto perpetuo intorno al mondo ed impiega un anno per farne il giro completo. Il treno risulta così ciò che resta dell’umanità e proprio come la terra gira incessantemente su se stessa, esso a sua volta gira in tondo su di essa perché se si fermasse la temperatura glaciale congelerebbe ogni cosa.

2031. Sono passati 17 anni e il piccolo mondo rispecchia ancora perfettamente le gerarchie sociali della storia dell’umanità. Alla coda del treno, ai piedi, si trovano i proletari, sorvegliati dalle guardie a loro volta guidate da una magistrale, spietata e grottesca Tilda Swinton. Man mano che si avanza con i vagoni, si sale anche con il livello delle classi sociali, fino ad arrivare alla testa del treno in cui risiede il capo Wilford (Ed Harris), il progettatore di tutta la struttura. Il treno mi ricorda molto, per la suddivisione in classi sociali, il grattacielo descritto da James Ballard nel suo romanzo Il condominio, dove nei piani più bassi risiedono gli operai per salire in cima fino agli ultimi piani in cui si trovano avvocati, dottori e finanzieri. Nel treno, come nel grattacielo, come nella storia, il caos viene sempre generato dal tentativo di rivolta del popolo e quindi di incontro-scontro tra esso e le classi più abbienti. La dittatura invece crea un clima di terrore in cui ognuno, stando al proprio posto, contribuisce al mantenimento dell’ordine.
Curtis (Chris Evans) è il personaggio che si mette a capo dei proletari e che li dirige in un viaggio all’interno del treno nel tentativo di arrivare alla testa per porre fine alla loro condizione subalterna. Lo spettatore accompagna Curtis e i suoi amici in un viaggio attraverso il mondo e la storia dell’umanità, rivedendo negli scontri che essi affrontano durante il loro cammino, i grandi stermini della storia e nella figura di Wilford una sorta di misterioso e pacato Dio-dittatore.

Film attualissimo, che rispecchia perfettamente la società contemporanea, non solo per la caratterizzazione dei personaggi ma anche per il modo in cui presenta la tecnologia: questo treno ad alta velocità consente ai propri passeggeri di sopravvivere proprio grazie a un suo sistema interno di autoalimentazione che gli permette di correre incessantemente, può risultare quindi una metafora della società contemporanea, caratterizzata della sua frenesia e dal suo essere multitasking, e volendo azzardare una lettura metalinguistica il treno che gira in tondo sui suoi binari può essere visto come metafora della pellicola cinematografica, quindi del meccanismo cinematografico e dello “srotolarsi” del film stesso, inquadratura dopo inquadratura, sequenza dopo sequenza, avanzando il treno insieme alla pellicola.
Bong non ci risparmia niente: arti mozzati, corpi trafitti da lame, sparatorie e accettate, il tutto però condito da quella poeticità tipica del cinema orientale, da una fotografia sublime e da un montaggio che elide all’ultimo secondo le scene più cruente, nel momento del braccio mozzato o in quello del corpo trafitto o della mano tritata, mostrandoceli solo prima e a volte dopo, ma il più delle volte lasciando concludere l’azione spietata dall’immaginazione dello spettatore e dai suoi neuroni a specchio.

Film violento e allo stesso tempo poetico, indimenticabile la prima silenziosa inquadratura lentamente zommata del paesaggio desolato della terra che rimanda immediatamente al concetto di morte, quadro che ricorda la poesia del conterraneo Kim Ki-Duk (Primavera, estate, autunno inverno e ancora primavera; Ferro 3; Pietà), messa subito in relazione con la velocità e il rumore del treno in movimento che rappresenta invece la vita. Non si può poi non avvicinare invece Snowpiercer, per quanto riguarda la violenza esibita, ai lavori dell’altro conterraneo Park Chan-Wook (Stoker; Old boy; Lady Vendetta; Mr. Vendetta), che tra l’altro risulta tra i produttori del film. E non si può infine non accostarlo, non tanto sul piano stilistico quanto su quello ideologico, ad alcuni lavori del danese Lars von Trier, in particolare a Dogville. Ma, al contrario di quest’ultimo, Snowpiercer risulta un lavoro un po’ a metà, come se Bong dopo aver sviscerato fino infondo i temi della crudeltà e dell’avidità che l’essere umano nutre e ha sempre nutrito, perda qualche colpo sul finale a sorpresa, lasciando lo spettatore con uno spiraglio di luce e di cambiamento. Ma al nostro buon Bong possiamo perdonarlo, infondo si tratta di fantascienza.

Voto: 8

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Informazioni su L'inquilina del terzo piano

Martina Cancellieri. Giornalista iscritta all'OdG del Lazio. Laureata in Cinema, televisione e produzione multimediale. Analizza, recensisce, sviscera film.
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